Una piccola e pittoresca barca di pescatori a remi ci trasporta per poche lire in quello che sarebbe diventato uno dei siti archeologici fenici più importanti al mondo: Mozia. Era il 1988 e poco si intravedeva di quello che è possibile ammirare oggi in questa piccolissima isola nella zona di Marsala (Trapani). Tanta polvere, vigneti, acque salmastre, qualche contadino che lavorava la terra tra una pietra (Fenicia!) e l’altra.

Siamo tornati quest’estate e abbiamo trovato tutta un’altra atmosfera. L’Università “La Sapienza” di Roma ha avviato un’importante campagna di scavi su questa minuscola isola che ha portato alla luce una delle più floride colonie Fenicie del Mediterraneo. In pochi ne sono a conoscenza.

All’interno della Riserva Naturale Orientata dello Stagnone di Marsala (Trapani) subito dopo le affascinanti saline, oggi si trova un pittoresco porticciolo da cui partono alcuni imbarcaderi per Mozia. L’isola è visitabile a piedi e notevoli sono i reperti e gli scenari che si possono ammirare, oltre al piccolo museo. La scoperta dell’antica città si deve al giovane Joseph Whitaker. Membro di una ricca famiglia inglese proprietaria di importanti cantine a Marsala e di pregevoli vigneti sulla stessa isola da cui si produce il celebre bianco Grillo di Mozia, Tasca d’Almerita. Convinto dalle sue ricerche dell’esistenza della colonia fenicia, decise di acquistare l’isola iniziando gli scavi nel 1906 proseguendoli fino al 1929. In questi anni vennero alla luce un santuario fenicio-punico, una parte della necropoli, la casa dei Mosaici, la zona del Tofet (tempio), una strada sommersa dal mare percorribile anche a piedi.

Ma è grazie all’Università La Sapienza che il sito archeologico acquista un ineguagliabile valore. Studenti, ricercatori e professori dell’ateneo organizzano con grande frequenza missioni di scavo su questa piccola isola. Le loro emozionanti scoperte compongono i tasselli di una antichissima e florida città perduta che aveva suscitato le invidie di Greci e Cartaginesi. Scoperti una nuova area sacra e l’ingresso del Tofet (santuario) con diversi vasi contenenti resti di bambini combusti, probabilmente sacrificati, e curiose maschere di terracotta. Girando l’isola a piedi lo scenario non ha eguali. Mentre da un lato si cammina su rocce e stradine a picco sul mare e si gode della brezza marina, dall’altro si costeggiano strutture e tombe di età fenicia.

Per coloro che si occupano di trascrizioni di testi antichi, come Galactus, è stata particolarmente interessante la visita al piccolo museo. Tra anfore contenenti i primi fard e eye-liner della storia, si trovano cippi con iscrizioni arabe e interessanti iscrizioni di onomastica e toponimi al femminile ancora da decifrare che hanno attirato l’attenzione di studiosi e trascrittori delle più prestigiose università.

Speriamo, nel nostro piccolo, di avere un po’ incuriosito il lettore e di averlo invogliato a visitare questo piccolo e nascosto gioiello siciliano. Concludiamo con le parole di Lorenzo Nigro che, definendolo l’approdo delle meraviglie, così commenta nel suo articolo su Archeo. “Scoprire, studiare, capire, restaurare e valorizzare le vestigia di questa antica città non è solo un grande privilegio, ma anche, per l’archeo-logo, un immenso piacere, che diventa dovere di tradurre muri, vasi, statue, figurine, reperti in qualcosa di sensato da trasmettere alle generazioni future, affinché anch’esse se ne innamorino.”