Abbiamo incontrato questo termine durante la trascrizione di un vecchio registro in cui sono riportate le vicende dell’Orfanotrofio di Belluno (1855). La calligrafia a volte illeggibile, lo stato del documento e la qualità dell’immagine hanno rallentato le operazioni di trascrizione e traduzione del testo, ma in 10 settimane il lavoro è stato egregiamente completato dai nostri trascrittori.

Quindi, dicevamo, la liscivaia. Nell’originale si legge si dà principio ai progettati lavori del chiostro, latrina, legnaia, dispensa, liscivaia e clausura dalla parte di dietro con sicura separazione fra i due sessi.  La liscivaia non era altro che il locale lavanderia. La liscivia è l’antenato del nostro sapone o detersivo.

Come si crea la lisciva?

Si tratta di una soluzione ottenuta trattando con acqua bollente la cenere di legno o di carbone di legna, usata un tempo come detergente per lavare i panni (Enciclopedia Treccani).

Esisteva il verbo lisciviare nel significato di lavare e la stessa parola liscivia indicava anche il bucato.

Svolgendo ancora qualche ricerca, abbiamo scoperto che anche in tempi moderni si è parlato di liscivaie. Nel suo libro “La foiba grande” ed. Mondadori, 2014, Carlo Sgorlon ne parla a pagina 74, nel corso del racconto della tragedia della foibe in Istria: Lidia non sembrava un’istriana, e forse non lo era nemmeno. Le istriane avevano la sostanza di  donne forti, rotte ad ogni lavoro, scurite dal sole, abituate a  usare la pala e la zappa, o a lavare montagne di  panni  nelle liscivaie

Traduzioni e trascrizioni: c’è sempre qualche sorpresa

Infine, ancora oggi c’è chi la liscivia di cenere la prepara a casa. Volete provare a creare un detergente naturale come facevano un tempo nelle liscivaie? Ecco le istruzioni!

È proprio vero: lavorare nel settore delle traduzioni e delle trascrizioni ci offre l’occasione per imparare sempre qualcosa di nuovo sul mondo, antico e moderno! 

Immagine: La bottega di Marika