Recentemente abbiamo completato la trascrizione di un manoscritto di fine Ottocento per un nostro cliente. Durante il lavoro di trascrizione e traduzione ci ha particolarmente incuriosito il termine liscivaia. Come già spiegato in un articolo sul nostro GloB si tratta dell’antenata della lavanderia. La lisciva era infatti un sapone ottenuto da una mistura di acqua e cenere. Ma quella parola ci ricordava anche qualcos’altro… Qualcosa di inquietante, un episodio di cronaca accaduto a Milano. Chi aveva fatto riferimento alla lisciva? E perché?

Untori e Demonio: i nemici infami

Dopo alcune ricerche i nostri trascrittori e traduttori ne vengono a capo grazie all’aiuto di storici dell’arte e professori di letteratura. Alessandro Manzoni nel suo “Storia della Colonna Infame” racconta che un povero barbiere del quartiere Ticinese fu atrocemente torturato e condannato a morte proprio a causa della lisciva. Facciamo un passo indietro. Siamo nel 1630, a Milano era appena scoppiata la “morte nera”, la peste. Sembra che alcuni abiti infetti acquistati fuori porta avessero introdotto il morbo in città. Il contagio era ormai incontrollabile. Bisognava trovare una spiegazione per acquietare il popolo. Come aveva fatto il Demonio a prendere il sopravvento? Chi lo aiutava? La psicosi collettiva era pericolosa e ingestibile. La Chiesa iniziò a dare la caccia, a torturare e a condannare a morte i presunti colpevoli: streghe, eretici e untori responsabili, a loro dire, della diffusione del Male.

Messi a morte con accuse inconsistenti

Il Commissario di Sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Giangiacomo Mora furono tra questi. Dopo insopportabili torture l’innocente Piazza fu costretto a fare il nome dei presunti complici. Il Mora, come tutti i barbieri del periodo, svolgeva arbitrariamente anche l’attività medica. Nella sua bottega curava anche ferite, faceva salassi, applicava unguenti miracolosi per pulire le piaghe e alleviare i dolori dei malati di peste.

Lisciva e orrende torture a Milano

Le guardie spagnole ispezionarono il retrobottega del Mora e trovarono una sostanza misteriosa, la lisciva di cui si diceva, che presentava tracce di sangue e altri umori infetti. Con quel rudimentale sapone, infatti, erano stati lavati i panni utilizzati per primitive pratiche chirurgiche. Lasciato sotto il sole assunse un colore stomachevole e un puzzo insopportabile. I sospetti divennero certezze, quella sostanza era utilizzata per diffondere il morbo. Il Mora fu arrestato.

Le torture che il Piazza e il Mora dovettero subire sono inimmaginabili. Furono orrendamente mutilati in pubblico lungo la strada che li portava nell’odierna piazza Vetra dove furono poi arsi sul rogo. Come racconta A. Manzoni, “… sieno torturati, adoperando anche il canape. … Che posti sur carro sieno condotti al luogo solito del supplizio, per via sieno tanagliati con ferro rovente nei luoghi ove hanno commesso il delitto; davanti alla bottega del Mora sia ad entrambi mozza la mano destra; sien loro sfracellate le ossa all’usato; si innalzi la ruota, essi vi sieno intrecciati vivi: dopo sei ore scannati; poi si ardano i cadaveri, le ceneri si gettino al fiume.”

La traduzione della lapide

Il negozio e la casa di Gian Giacomo Mora furono rasi al suolo. La moglie, i bambini e i parenti furono allontanati dalla città. In quel luogo il governo cittadino pose una colonna di granito con in cima una sfera che fu abbattuta solo nel 1778 per volere del nuovo governo austriaco. Come avvertimento per il popolo fu affissa una grossa lapide in Latino sul muro della casa di fronte. Dobbiamo la sua traduzione in Italiano a Pietro Verri.

Il ricordo dell’infamia oggi

Il luogo infame ha subìto i bombardamenti anglo-americani nel 1943. Dopo alterne vicende, in via Gian Giacomo Mora angolo Corso Ticinese è stato edificato un palazzetto rosa con un piccolo portico angolare. Qui è stata murata una scultura bronzea di R. Menegon (2005) che rappresenta lo spazio occupato ipoteticamente dalla Colonna Infame. Di fronte alla scultura una targa racconta questa tragica storia milanese:

Qui sorgeva un tempo la casa di Giangiacomo Mora ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630. … È un sollievo pensare che se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo
assume e perde a suo piacere, e non è una scusa ma una colpa”.

Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame

La lapide originale si trova nel Cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco di Milano.

Oggi in Piazza Vetra a Milano c’è un bellissimo giardino alberato tra due delle più belle chiese in Italia, Sant’Eustorgio da una parte e San Lorenzo dall’altra. Ma non facciamoci ingannare. L’area è stata fino a pochi decenni fa tra le più povere e disagiate di Milano. Nel 1600 aveva un’aria funesta e malsana. Nel quartiere Ticinese, ragazzi giovanissimi conciavano le pelli utilizzando il vetro, e la Vetra era il canale di scolo delle acque fetide. In questa zona putrida sorgeva l’area destinata alla tortura pubblica e all’esecuzione dei condannati al rogo o al patibolo.

Proprio in questa piazza venne torturato e ucciso, fra gli altri, l’innocente G. G. Mora, barbiere del Ticinese, colpevole di avere lasciato un contenitore di lisciva giallastra nel retrobottega.

La trascrizione di un manoscritto di fine Ottocento ci ha ricordato un “infame” pezzo di storia e di letteratura che avevamo quasi dimenticato.  

Immagine di A. Maltsev